NINO

Nino Clavel, interpretato con estrema sensibilità da Théodore Pellerin, scopre in modo improvviso di avere un tumore alla gola. La diagnosi arriva senza preparazione, quasi per errore, e da quel momento il film si concentra su un arco temporale ristretto, quattro giorni che sembrano dilatarsi all’infinito. Nino non reagisce in modo eclatante: osserva, assorbe, resta in bilico. Il suo volto, sempre leggermente spaesato, diventa il vero centro del racconto. La regia, della esordiente Pauline Loquès, evita ogni enfasi. Niente concessioni al patetico, nessuna musica invasiva: tutto è trattenuto, misurato, come se il film stesso rispettasse la fragilità del suo protagonista. Nino si muove tra il desiderio di aprirsi agli altri e la tendenza a trattenere tutto dentro, senza riuscire davvero a scegliere. Il racconto procede per frammenti: incontri con la madre (Jeanne Balibar), con persone del passato, con figure quasi casuali. Non c’è una vera progressione, ma una serie di tentativi, di piccoli avvicinamenti a qualcosa che resta comunque indefinibile. Alcuni momenti colpiscono più di altri, ma il film non perde mai il senso di sospensione che lo attraversa. In sottofondo agisce anche l’assenza del padre, morto quando Nino era bambino. Non viene mai trasformata in spiegazione psicologica, ma resta come un vuoto persistente, qualcosa che contribuisce a modellare il suo modo di stare al mondo e di relazionarsi. Il tempo, qui, non è lineare ma interiore: giorni che scorrono lenti, fatti di esitazioni, di parole trattenute, di possibilità che si accendono e si spengono subito. La realtà intorno continua con una normalità quasi disturbante, mentre Nino prova, senza riuscirci davvero, a trovare un punto fermo. Ci sono brevi deviazioni – incontri strani, accenni di leggerezza, persino l’idea di un nuovo legame – che funzionano come momenti di respiro. Ma sono parentesi. Il film ritorna sempre a quella condizione di attesa, a quegli spazi neutri dove tutto resta in sospeso, senza soluzione.

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