
Una donna perde il marito, presunto suicida, e si rifà una vita con un altro uomo, anch’esso vedovo, ma l’elaborazione del lutto si dimostra più difficile del previsto. Maborosi, il primo film di Hirokazu Kore-eda, più che raccontare una storia, costruisce uno spazio in cui una perdita senza causa continua a risuonare, come un’eco che non si lascia assorbire dal tempo.
Yumiko, interpretata magnificamente da Makiko Esumi, è una presenza quasi immobile, trattenuta. Il film la osserva più che definirla: i suoi silenzi, i suoi gesti minimi, la sua postura diventano il vero linguaggio. Quando la tragedia irrompe – improvvisa, inspiegabile – non genera tanto un’esplosione emotiva quanto un vuoto persistente. Il tempo passa, la vita riprende una forma, ma quel vuoto resta, come una domanda che non trova sintassi.
Cinque anni dopo, il trasferimento in un villaggio costiero e il nuovo matrimonio non sono una rinascita, ma una variazione della stessa sospensione. Kore-eda evita ogni arco narrativo consolatorio: non c’è guarigione, solo una diversa disposizione del dolore dentro la quotidianità. Anche i momenti di quiete – la luce, il mare, i gesti domestici – non cancellano la ferita, la rendono solo più abitabile. Opera contemplativa e silenziosa, con pochi dialoghi recitati al momento giusto, grandi intuizioni registiche, domande e riflessioni sui temi cari al regista, che avrà modo di declinarli efficacemente negli anni a venire (la morte e la perdita, la famiglia e gli affetti, il senso della vita e la natura transitoria ed effimera delle cose).
La metafora finale – quella luce lontana che attira i pescatori verso il largo – suggerisce una possibile spiegazione, o forse solo un’altra immagine per nominare l’inspiegabile. Non chiarisce nulla, ma sposta la domanda. Ed è proprio lì che Maborosi trova il suo centro: nell’idea che alcune perdite non si superano, si portano.