TOKYO TAXI

Con Tokyo Taxi, il veterano regista Yoji Yamada realizza un’opera che appare contemporaneamente come un viaggio attraverso Tokyo, una riflessione sulla memoria individuale e collettiva e un commiato a una certa idea di cinema giapponese. Come già accadeva nel cinema di Yasujiro Ozu, la città non viene rappresentata attraverso monumenti o simboli celebrativi, ma mediante stazioni ferroviarie, quartieri periferici, insegne luminose, strade e spostamenti quotidiani. Il motore narrativo del film è l’incontro tra il tassista Koji e l’anziana Sumire. Il primo rappresenta il Giappone contemporaneo, alle prese con le difficoltà economiche e le responsabilità familiari; la seconda incarna invece la memoria storica del paese. Durante il tragitto verso una struttura assistenziale per anziani, Sumire chiede numerose deviazioni per visitare luoghi che hanno segnato la sua esistenza. Il taxi diventa così uno spazio narrativo privilegiato, un osservatorio mobile attraverso il quale la città si svela gradualmente e il passato riaffiora. Il personaggio di Sumire, interpretato dalla straordinaria Chieko Baisho, assume un valore fortemente simbolico. Attraverso i suoi ricordi emerge un ritratto del Giappone del dopoguerra, delle trasformazioni sociali e delle difficoltà vissute dalle donne in una società ancora fortemente patriarcale. Il viaggio attraversa la storia stessa del cinema giapponese. Non è casuale che il percorso inizi a Shibamata, quartiere indissolubilmente legato alla saga di Otoko wa Tsurai yo, la creazione più celebre di Yamada. Il regista sembra voler ripercorrere non soltanto la geografia di Tokyo, ma anche la propria memoria artistica. La presenza di riferimenti alla cultura popolare, da Tora-san a Ultraman, contribuisce a trasformare la città in un archivio vivente di immagini, racconti e identità collettive. Immersa nei colori autunnali dei viali cittadini, la Tokyo rappresentata da Yamada appare sospesa tra passato e presente, tra permanenza e trasformazione. Il film assume così i contorni di una grande elegia: il saluto di una donna alla propria vita, il commiato di una generazione ai propri valori e, forse soprattutto, il congedo di uno dei grandi maestri del cinema giapponese da un secolo di storia che egli stesso ha contribuito a raccontare. In questo senso, Tokyo Taxi non è soltanto un road movie urbano, ma una riflessione malinconica sul tempo, sulla memoria e sulla capacità del cinema di conservare ciò che inevitabilmente va perduto.

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