PRINCIPESSA MONONOKE

All’interno della filmografia miyazakiana, Principessa Mononoke rappresenta un punto di svolta netto: è l’ultimo momento in cui il conflitto esplode in tutta la sua violenza, senza mediazioni. Le opere successive arretrano da questa dimensione bellica, scegliendo registri più intimi o favolistici, mentre qui la guerra è materia viva, corpo lacerato, paesaggio devastato. Ambientato nell’epoca Muromachi, il film si offre come allegoria trasparente della modernità: l’irruzione della tecnica, l’avidità dell’uomo, la progressiva distruzione dell’equilibrio naturale. In questo scenario si muove Ashitaka, figura liminare e quasi spettrale, ultimo discendente di un mondo destinato a scomparire. Il suo percorso non è quello dell’eroe classico, ma di un mediatore impossibile, sospeso tra forze inconciliabili: la foresta e la città, gli dèi e gli uomini, la vita e la morte. Accanto a lui, San incarna una radicalità opposta ma complementare: non più umana, non ancora animale, è il simbolo di una natura ferita che rifiuta ogni compromesso. Il loro legame, primo vero amore adulto nel cinema di Miyazaki, si inscrive in un contesto segnato dalla distruzione, rendendo ancora più evidente l’impossibilità di una sintesi pacificata. Non c’è riconciliazione, ma solo una fragile coesistenza, continuamente minacciata. La grandezza del film risiede anche nella sua ambiguità morale. Personaggi come Eboshi o Jiko sfuggono a ogni semplificazione: portatori di progresso e al contempo agenti di devastazione, incarnano quella complessità che impedisce allo spettatore di rifugiarsi in categorie rassicuranti. Miyazaki non costruisce antagonisti, ma sistemi di pensiero in collisione. Visivamente, l’opera raggiunge un vertice assoluto: la foresta è organismo vivente, sacro e inquietante, mentre la figura dell’ entità animale rappresenta una delle più alte espressioni dell’immaginario shintoista al cinema. La sua trasformazione, lenta e inesorabile, assume i tratti di un’apocalisse naturale che travolge ogni cosa, eco distante della “grande onda” che attraversa l’intera poetica miyazakiana, fin dai tempi di Conan – Ragazzo del Futuro.

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