IL SILENZIO DEGLI ALTRI

Forse il miglior film mai realizzato sulla disabilità uditiva e uno dei migliori in assoluto di quest’anno. La protagonista Ángela, sorda ma circondata da udenti (genitori, partner, figlia neonata) non viene mai trasformata in simbolo o esempio morale, ma resta un personaggio complesso, contraddittorio e spesso persino difficile da amare, scelta che consente al film di evitare sia il pietismo sia la retorica dell’inclusione. La gravidanza e la nascita della figlia diventano il dispositivo narrativo attraverso cui emergono tensioni profonde legate alla lingua, all’appartenenza e alla genitorialità. Il film mostra come la sordità non sia soltanto una condizione individuale, ma una realtà che attraversa le relazioni affettive, mettendo continuamente in discussione gli equilibri della coppia. In particolare, la paura di Ángela che la figlia sviluppi un legame privilegiato con il padre attraverso il linguaggio verbale costituisce il nucleo emotivo più intenso dell’opera. In questo senso molto efficace è anche la costruzione di Héctor, che sfugge alla figura stereotipata del compagno perfetto e infinitamente comprensivo. Il suo progressivo logoramento evidenzia il peso della mediazione continua tra due mondi comunicativi differenti e impedisce al film di cadere in una divisione semplicistica tra vittime e colpevoli. Entrambi i protagonisti portano ragioni legittime e limiti personali, contribuendo a una rappresentazione autenticamente conflittuale della vita di coppia (protagonisti eccezionali, tra l’altro). Alcune sequenze (il parto, il finale girato “dal punto di vista della protagonista) colpiscono per efficacia e potenza. A differenza di molti racconti sulla sordità costruiti attorno all’integrazione, alla riconciliazione o alla conquista di una forma di armonia finale, Sorda sceglie di fermarsi nella zona più ambigua e dolorosa del conflitto, dove l’amore non basta a risolvere le asimmetrie e l’ascolto diventa una responsabilità più che una semplice capacità sensoriale.

Lascia un commento