
Buon noventesimo compleanno, Ken!. Giusto festeggiarlo con uno dei suoi film più luminosi e commoventi. Dopo l’asprezza di Riff-Raff, il regista inglese realizza nel 1993 un’opera che conserva intatta la rabbia politica ma la attraversa con una tenerezza e un umorismo che ne fanno uno dei vertici della sua filmografia. È il racconto di uomini e donne che vivono ai margini della prosperità britannica, ma che continuano ostinatamente a difendere la propria dignità, anche quando tutto sembra congiurare contro di loro. Bob Williams, interpretato da Bruce Jones, è un disoccupato della periferia di Manchester che si arrangia come può. Furti improvvisati, piccoli lavori, prestiti sbagliati: ogni espediente è lecito pur di garantire alla figlia Coleen un vestito nuovo per la prima comunione. È un obiettivo apparentemente insignificante, ma Loach ne fa una questione enorme, quasi epica. In un cinema dominato da eroi, guerre e fortune milionarie, il regista inglese concentra tutta la sua attenzione su un padre che vuole regalare alla figlia una giornata speciale. Come spesso accade nel cinema di Loach, la trama procede per accumulo di piccoli incidenti e umiliazioni. Bob non è un eroe nel senso tradizionale del termine. È impulsivo, disordinato, incapace di pianificare davvero la propria vita. Ma possiede una qualità rara: una profonda umanità. Non c’è mai autocommiserazione nei suoi gesti, ma soltanto il desiderio di restare una persona perbene in un mondo che sembra aver dimenticato il valore delle persone. Loach e lo sceneggiatore Jim Allen rifiutano ogni sentimentalismo. La povertà non viene trasformata in spettacolo, né in parabola edificante. È una condizione concreta, fatta di umiliazioni quotidiane e di un’insicurezza permanente che mina l’identità stessa degli uomini. Bob e l’amico Tommy appartengono a quella classe operaia travolta dal neoliberismo degli anni Thatcher, una generazione privata non soltanto del lavoro, ma anche della possibilità di riconoscersi all’interno di una comunità. Eppure Piovono pietre è attraversato da un’energia sorprendente. I dialoghi, recitati nello stretto dialetto del Nord dell’Inghilterra, possiedono una musicalità e una vivacità straordinarie. Loach non guarda mai ai suoi personaggi dall’alto. Al contrario, ne celebra l’ironia, la capacità di scherzare anche nelle situazioni più disperate, quella forma di resistenza quotidiana che impedisce alla miseria di trasformarsi in disperazione assoluta. Tra le figure più memorabili c’è padre Barry, uno dei sacerdoti più belli mai apparsi nel cinema di Loach. Lontanissimo da ogni stereotipo, comprende perfettamente la sofferenza dei suoi parrocchiani e offre loro non giudizi ma comprensione. In un cinema che spesso riduce i religiosi a caricature, padre Barry rappresenta invece una presenza autenticamente umana, quasi una coscienza morale immersa nelle contraddizioni del reale. Con il suo stile sobrio, fatto di attori straordinariamente naturali e di una regia invisibile, Loach costruisce una commedia amara che alterna risate e dolore senza mai forzare le emozioni. Dietro la vicenda del vestito da prima comunione si nasconde una riflessione più ampia sulla dignità, sulla solidarietà e sul diritto delle persone comuni a conservare un minimo di orgoglio. Ancora oggi Piovono pietre rimane uno dei film più rappresentativi della poetica di Ken Loach. Un cinema che non cerca eroi eccezionali, ma uomini qualunque. E che ricorda come, in fondo, la battaglia più importante non sia conquistare il mondo, ma riuscire a regalare un sorriso a una figlia senza perdere sé stessi lungo la strada.