DJANGO

Non sorprende che Django sia diventato uno dei film più amati e influenti della storia del cinema popolare. Sergio Corbucci realizza uno dei film più radicali e influenti non solo del western all’italiana, ma dell’intero cinema “di genere” europeo. Il regista mette in scena un mondo già morto, popolato da sopravvissuti senza illusioni e senza futuro. Django trascina una bara nel fango, emerge dal nulla e nel nulla sembra destinato a ritornare. Corbucci si allontana definitivamente dal modello classico americano e ne sovverte i presupposti. Non esistono eroi, non esiste una frontiera da conquistare, né una comunità da difendere. Esistono soltanto paesaggi fangosi, costruzioni fatiscenti, saloon che sono bordelli e uomini che recitano stancamente ruoli ereditati da un passato ormai privo di significato. Il western diventa così una tragedia moderna, immersa in un universo nichilista e privo di certezze. Con la musica di Luis Bacalov, il tema cantato da Rocky Roberts, la fotografia di Enzo Barboni, il montaggio di Nino Baragli e la produzione di Manolo Bolognini, Django rappresenta una delle espressioni più alte di quella stagione irripetibile del cinema italiano in cui il genere popolare riusciva a fondersi con una visione del mondo profondamente autoriale.

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