SAKURAN

Presentato come evento speciale al Festival di Berlino 2007, Sakuran segna l’esordio nel lungometraggio della fotografa Mika Ninagawa, che trasporta sul grande schermo l’omonimo manga di Moyoco Anno trasformandolo in un’opera dal fortissimo impatto visivo. Più che un classico film in costume, è un’esplosione di colori, musica e immagini che reinterpreta il Giappone dell’epoca Edo attraverso una sensibilità decisamente contemporanea. La storia segue Kiyoha, una ragazza ribelle venduta da bambina nel quartiere di Yoshiwara, il celebre distretto delle cortigiane, dove crescerà fino a diventare la ricercatissima Higurashi. Pur muovendosi all’interno di un contesto storico ben definito, il film evita qualsiasi ricostruzione realistica, preferendo raccontare l’ascesa della protagonista come una sorta di favola moderna in cui il desiderio di libertà si scontra continuamente con le rigide regole imposte da una società che trasforma le donne in oggetti da ammirare e possedere. La vera protagonista dell’opera è però la regia di Ninagawa. La sua formazione fotografica emerge in ogni inquadratura: composizioni estremamente curate, colori saturi, costumi sgargianti e scenografie che sembrano uscite da una galleria d’arte contemporanea sostituiscono qualsiasi ricerca di naturalismo. Il rosso domina gli interni, il viola e il rosa dei ciliegi in fiore invadono gli esterni, mentre specchi, tessuti e acquari trasformano ogni scena in una composizione quasi pittorica. Sul piano narrativo Sakuran procede invece in modo meno convincente. L’adattamento del manga privilegia spesso l’atmosfera rispetto alla costruzione del racconto e alcuni passaggi risultano frammentari o poco sviluppati. Tuttavia questa debolezza viene compensata dalla forza della messa in scena, che trasforma il film in un’esperienza soprattutto sensoriale, dove immagini, costumi e colonna sonora assumono un peso pari, se non superiore, alla trama stessa.

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