WHY DON’T YOU PLAY IN HELL?

Why Don’t You Play in Hell? è forse la forma più pura e incontrollata del cinema di Sion Sono: un’opera che prende i temi ricorrenti del regista — violenza, adolescenza, yakuza, ossessione, cinema e ribellione — e li porta tutti al parossismo, fino a trasformare il film stesso in una gigantesca esplosione catartica. Al centro ci sono due clan yakuza in guerra, un boss ossessionato dalle ambizioni cinematografiche della figlia, un rivale innamorato di lei e un gruppo di giovani aspiranti filmmaker che finiscono per trasformare il regolamento di conti tra i criminali in un vero film d’azione. La trama è già di per sé folle, ma Sono la utilizza soprattutto come dispositivo per mettere in scena una delle sue ossessioni più profonde: il rapporto tra vita e cinema. La straordinaria vitalità del film nasce anche dal suo ritmo. Why Don’t You Play in Hell? è roboante, velocissimo, continuamente attraversato da gag, trovate e improvvise accelerazioni. Sono sembra non voler concedere allo spettatore nemmeno un momento di tregua. Persino le immagini potenzialmente più estetizzanti vengono rapidamente attraversate dai personaggi: emblematico il lago di sangue nel quale la bambina scivola quasi fosse un parco giochi. Il risultato è un film anarchico, euforico e volutamente eccessivo, ma mai casuale. E proprio per questo la corsa finale del regista con le pellicole insanguinate è l’immagine che meglio riassume tutto il film: esaltante e disperata, comica e terribile, liberatoria e macabra.

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