
David Robert Mitchell, dopo l’ottimo It Follows e il meno riuscito Under the Silver lake, torna a centrare il bersaglio, riuscendo a far convivere il dramma familiare con il cinema d’avventura, quando un quartiere suburbano costruito quasi come un’immagine ideale dell’America domestica viene “magicamente” trasportato all’era dei dinosauri e una famiglia disfunzionale deve cercare di sopravvivere all’evento. Il film trova così il proprio equilibrio nel contrasto fra due scale completamente diverse. Da una parte c’è la dimensione enorme e quasi mitologica della preistoria; dall’altra, una coppia che non riesce più a capire se desidera restare insieme e due figli alle prese con problemi molto più ordinari. I dinosauri sembrano rappresentare il pericolo più grande, ma la vera frattura era già presente all’interno della casa. Ed è proprio qui che il viaggio nel tempo acquista il suo significato più interessante. Greg (un ottimo Mc Gregor) crede di aver bisogno di tornare indietro, convinto che il passato custodisca una versione migliore della propria vita. Il film gli dimostra invece che quel passato non può essere recuperato semplicemente tornando a raggiungerlo. L’esperienza preistorica costringe la famiglia a interrompere la propria immobilità e a confrontarsi con la necessità di cambiare. La fine di Oak Street usa dunque i dinosauri come detonatore di una crisi molto più umana. Dietro l’invasione del mondo preistorico c’è una famiglia che aveva già smesso di vivere davvero insieme, e dietro l’avventura rimane la domanda su cosa significhi continuare a essere una famiglia quando le persone che la compongono non desiderano più la stessa vita. Il passato può tornare, ma non può restituire ciò che è cambiato: l’unica possibilità, come al solito, è imparare a guardare avanti.