SHEEP IN A BOX

Con Sheep in the Box, Hirokazu Kore-eda entra nel territorio della fantascienza senza abbandonare i temi che attraversano da sempre il suo cinema: famiglia, infanzia, perdita, perdono e possibilità di ricominciare. Il risultato, però, appare meno incisivo delle sue opere migliori, quasi schiacciato dalla quantità di questioni che cerca di affrontare (partendo dall’ovvio presupposto che il peggiore Kore-eda è migliore del 99% dei cineastri attuali, quando sono al loro meglio). La fantascienza di Kore-eda non è distopica. La tecnologia è inserita in un futuro talmente vicino al presente da rendere immediati gli interrogativi etici: che cosa distingue una vita artificiale da una umana? Quale rapporto può instaurarsi tra genitori e un figlio robotico? E a chi appartiene il ricordo di chi non c’è più? Molte domande restano sospese in un’atmosfera melodrammatica, meno asciutta rispetto alle precedenti opere del regista, cui però non mancano le intuizioni.
Kore-eda non immagina necessariamente un conflitto tra esseri umani e androidi, ma cerca una possibile coesistenza tra differenti forme di vita. Fino a suggerire un’alternativa ancora più radicale (e più ottimista rispetto alla solitudine spielberghiana): un mondo degli umanoidi separato dagli uomini, simile a quello dei bambini senza adulti di J. M. Barrie. In cui anche alcuni umani vorrebbero rifugiarsi…

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