
Zach Cregger, autore di Barbarian e Weapons, sceglie di non inseguire né l’action ipertecnologica dei film con Milla Jovovich né la fedeltà rigida al materiale originale. La sua è piuttosto una rilettura personale, ironica e apertamente horror.
Al centro non c’è Jill Valentine né un tradizionale eroe d’azione, ma Bryan, interpretato da Austin Abrams: un corriere impacciato, poco avvezzo alle armi e decisamente lontano dall’immagine del combattente invincibile. Questa fragilità diventa uno dei punti di forza del film, perché ogni incontro con zombie e mutanti acquista una componente insieme terrificante e grottesca.
Cregger ridimensiona inoltre l’estetica tecnologica della saga, preferendo strade innevate, fattorie isolate e ambienti quotidiani destinati progressivamente a trasformarsi in un inferno. Le creature acquistano una fisicità più concreta, con suggestioni da Brian Yuzna e Stuart Gordon, mentre il body horror si combina con quel black humor già centrale in Weapons. Anche gli espedienti più direttamente videoludici – soggettive da sparatutto e ambientazioni strutturate come livelli – vengono inseriti in un racconto capace di alternare accelerazioni violente e lunghe attese.
Il regista riesce soprattutto a giocare con ciò che lo spettatore pensa di conoscere di Resident Evil. Riprende iconografie, mostri e meccanismi della saga per deformarli attraverso il proprio gusto per il macabro e la commedia, evitando così che il film si riduca all’ennesimo adattamento nostalgico di un videogioco.
Dietro lo spettacolo rimane infine una visione piuttosto cupa: in questo mondo non esistono supereroi o soldati infallibili, ma soltanto individui comuni costretti a improvvisare per restare vivi. È qui che il reboot trova la propria identità: Resident Evil torna a funzionare quando smette di voler essere semplicemente Resident Evil e diventa un horror di Zach Cregger, fisico, sarcastico e attraversato da una percezione profondamente pessimistica del presente.