
Candidato ai prossimi Oscar dalla Nuova Zelanda, Marama racconta la storia di una giovane donna neozelandese (la bravissima Ariāna Osborne) che, utilizzando il nome anglicizzato Mary Stephens, raggiunge una sontuosa tenuta nello Yorkshire nella speranza di scoprire qualcosa sui genitori mai conosciuti. Ad accoglierla è il ricco Nathaniel Cole (Toby Stephens), che le offre un impiego come istitutrice della nipote Ann, approfittando della sua condizione di straniera per limitarne le possibilità di scelta. Ben presto, tuttavia, l’interesse dell’uomo per la cultura māori assume contorni sempre più inquietanti, mentre visioni terrificanti suggeriscono l’esistenza di un segreto sepolto nel passato della famiglia…
Con Mārama, il regista māori Taratoa Stappard firma un esordio sorprendente, capace di trasformare le convenzioni dell’horror gotico in una riflessione feroce sulla violenza coloniale, sull’identità culturale e sulle atrocità nascoste dietro la rispettabilità dell’aristocrazia britannica.
Stappard utilizza gli elementi classici del gotico — la dimora isolata, i corridoi oscuri, i fantasmi e i misteri familiari — per rovesciarne la prospettiva tradizionalmente eurocentrica. Particolarmente potente è l’immagine di una wharenui, la tradizionale casa comunitaria māori, trasportata dalla Nuova Zelanda e ricostruita nel giardino segreto di Cole: un simbolo eloquente di un colonialismo che non si limita a sfruttare i corpi e le risorse, ma si appropria anche dei luoghi e della memoria di un popolo.
Non tutto, però, raggiunge la stessa efficacia. Le visioni del passato diventano talvolta ripetitive e la sceneggiatura approfondisce troppo poco l’infanzia di Mary e il suo rapporto con le origini culturali. Rimane inoltre irrisolta la complessità di Jack (Erroll Shand), un uomo māori al servizio di Cole che arriva a ridicolizzare le tradizioni del proprio popolo per intrattenere l’aristocrazia inglese. A compensare queste debolezze è soprattutto Osborne, straordinaria nella sequenza in cui Mary, ancora imprigionata in un sontuoso abito vittoriano, reagisce all’umiliazione della propria cultura attraverso una manifestazione fisica di rabbia e orgoglio. È il momento in cui il corpo della protagonista smette simbolicamente di sottomettersi alle convenzioni dei suoi oppressori.
Il finale, sanguinoso e liberatorio, accompagna Mary verso la riappropriazione del suo vero nome, Mārama, trasformando la scoperta delle proprie radici in un atto di ribellione. Pur con qualche semplificazione narrativa, il film si impone come un horror anticolonialista visivamente suggestivo, nel quale il soprannaturale dà voce a una memoria storica che il potere ha cercato di cancellare.