
La Corea del Sud torna a insegnare cinema al resto del mondo.
Con Hope, Na Hong-jin firma un kolossal fantascientifico che sfida le convenzioni del cinema d’autore e a vent’anni da The Host di Bong Joon-ho, il regista di The Chaser e The Wailing dimostra come l’industria sudcoreana sia ormai capace di competere con Hollywood sul terreno dello spettacolo più ambizioso, senza rinunciare a una propria identità.
La vicenda si svolge nel villaggio di Hope, dove l’apparizione di una misteriosa creatura scatena una catena di eventi sempre più catastrofici. Mentre i rinforzi vengono dirottati per fronteggiare gli incendi boschivi e le comunicazioni si interrompono, il capo della polizia Bum-seok e l’agente Sung-ae cercano di proteggere gli abitanti. Intanto, un gruppo di uomini partito alla ricerca della bestia finisce per trasformarsi da cacciatore in preda. Quella che inizialmente sembra una minaccia circoscritta assume progressivamente proporzioni apocalittiche.
Na Hong-jin costruisce un film dominato dall’azione, mescolando fantascienza, horror, splatter, comicità grottesca e slapstick. Gli inseguimenti si dilatano fino a occupare gran parte del racconto, mentre i personaggi sopravvivono a incidenti e scontri fisicamente impossibili, diretti con un ritmo frenetico e una costante alternanza tra terrore e assurdità. Gli effetti digitali non sono sempre impeccabili, ma l’energia della messa in scena, l’inventiva delle sequenze e la capacità di sorprendere compensano ampiamente le imperfezioni tecniche. Hope è un’esperienza cinematografica travolgente, volutamente eccessiva e spesso irresistibilmente folle.