
Con Digger, Alejandro González Iñárritu firma la sua personalissima versione de Il Dottor Stranamore e torna a raccontare la caduta di un uomo convinto di essere superiore a tutti gli altri.
Digger Rockwell è un magnate arrogante, volgare e narcisista, persuaso di poter dominare persino le conseguenze delle proprie azioni. Sullo sfondo si consuma una catastrofe ambientale legata allo sfruttamento dei combustibili fossili, mentre politici, industriali e negazionisti continuano a manipolare la realtà.
Come già in Birdman, il teatro assume un ruolo centrale. Digger riflette sulla rappresentazione della realtà e sulla capacità dello spettacolo di trasformare persino la verità in uno strumento di manipolazione. Il protagonista non è soltanto un uomo di potere, ma un consumato intrattenitore, capace di attirare l’attenzione su se stesso anche mentre il mondo precipita verso il disastro.
Digger non parla soltanto della crisi climatica, ma dell’incapacità dell’arte di rappresentare adeguatamente una catastrofe che supera le categorie della satira, della commedia e del dramma.
Il colpo di scena “metanarrativo” è puro genio e spiazzante perchè non offre però alcuna soluzione né autentica speranza. La sua idea più provocatoria è che l’arte possa forse concedere catarsi, ma non salvarci. È un film deliberatamente sgradevole, sovraccarico e imperfetto, ma proprio la sua smisurata stranezza lo rende affascinante: una produzione hollywoodiana da blockbuster che usa Tom Cruise non per salvare l’umanità, ma per chiederci perché continuiamo a ridere mentre la vediamo andare in pezzi. Comprensibile il flop commerciale: è un film per “tempi più civilizzati”, ma tra vent’anni sarà un cult. Se ci saremo ancora.