QUEEN AT THE SEA

Ci sono situazioni in cui amare qualcuno non significa necessariamente sapere che cosa sia meglio per lui. È da questa dolorosa contraddizione che prende forma Queen at Sea, il film di Lance Hammer presentato alla Berlinale 2026, un dramma sobrio e profondamente umano che affronta la demenza senile attraverso una questione tanto delicata quanto scomoda: dove finisce il diritto all’intimità e dove comincia il dovere di proteggere una persona vulnerabile?
Amanda, interpretata da Juliette Binoche, è una donna di mezza età che si trasferisce a Londra per stare più vicino alla madre Leslie, ormai affetta da una demenza avanzata. Un giorno sorprende il patrigno Martin, interpretato da Tom Courtenay, mentre ha un rapporto sessuale con la donna. Convinta che la madre non sia più in grado di esprimere un consenso consapevole, e dopo aver già chiesto invano che quella relazione cessasse, Amanda chiama impulsivamente la polizia. Da quel momento, una vicenda fino ad allora confinata tra le mura domestiche diventa materia d’indagine per agenti, assistenti sociali e operatori sanitari…
La decisione innesca un conflitto che va ben oltre la questione iniziale. Martin vuole continuare ad assistere personalmente la moglie, alla quale è legato da un amore autentico, ma anche da una dipendenza emotiva che sembra proteggerlo dalla solitudine e dalla sensazione di essere diventato inutile. Amanda, dal canto suo, cerca di difendere la madre mentre affronta le difficoltà del proprio matrimonio e il rapporto con la figlia adolescente. Nessuno dei due possiede tutte le risposte, e il film evita accuratamente di trasformare il confronto in una semplice opposizione tra ragione e sentimento.
Il merito di Hammer è proprio quello di non cercare scorciatoie emotive. Il tema della sessualità e del consenso nelle persone anziane viene affrontato senza compiacimento e senza l’intenzione di provocare a ogni costo. Anche le figure istituzionali, spesso rappresentate al cinema come antagonisti freddi e burocratici, conservano qui la propria umanità: gli operatori devono intervenire per tutelare Leslie, ma non smettono per questo di comprendere la sofferenza dei familiari.
Courtenay offre una prova notevole, alternando una tenerezza paziente nei confronti della moglie a una testardaggine esasperante quando discute con Amanda. Anna Calder-Marshall, premiata a Berlino con l’Orso d’argento per la migliore interpretazione non protagonista insieme a Courtenay, restituisce a Leslie una presenza che va oltre la malattia. Nei momenti di lucidità, negli sguardi improvvisamente vivaci e nei disegni che continua a realizzare isolandosi dal mondo, affiora qualcosa della persona che ancora sopravvive dietro il progressivo deterioramento della memoria. Non tutto è altrettanto riuscito. La sottotrama sentimentale della figlia di Amanda appare meno approfondita e crea un parallelismo tra il risveglio sessuale adolescenziale e l’intimità nella vecchiaia che non raggiunge la stessa complessità del racconto principale.
Ma è un limite circoscritto. Queen at Sea è un’opera che non offre consolazioni facili né distribuisce colpe con superficialità. La sua forza sta nel riconoscere che la demenza non cancella soltanto i ricordi: mette alla prova anche le relazioni, l’identità e la capacità di distinguere la protezione dal controllo.

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