
C’è una Russia che non guarda più la guerra, perché ha imparato a incorporarla nella propria quotidianità, a renderla una pratica amministrativa, una faccenda da sbrigare tra una riunione in municipio e una cena costosa. È il paese che Andrey Zvyagintsev mette in scena in Minotaur, un’opera cupa e corrosiva sulla decomposizione morale di una società che ha trasformato la paura in abitudine e il cinismo in sistema di sopravvivenza. La guerra in Ucraina rimane spesso fuori campo, ma la sua presenza è ovunque: sulle lettere Z attaccate ai parabrezza, sui carri armati trasportati dai treni, soprattutto nelle coscienze di chi ha imparato a convivere con l’orrore senza più riconoscerlo come tale.
Zvyagintsev costruisce una parabola feroce, nella quale il mito del Minotauro e i quattordici sacrifici imposti ad Atene si sovrappongono alle Anime morte di Gogol e al gelo morale di La Femme infidèle di Claude Chabrol. Il protagonista, Gleb (Dmitriy Mazurov), è un piccolo oligarca di provincia, un uomo che possiede tutto ciò che dovrebbe garantire una vita felice: denaro, una villa modernista immersa nel verde, una famiglia, una moglie bellissima. Eppure Galina (Iris Lebedeva) è ormai una presenza spenta, consumata dalle infedeltà del marito, mentre lui, incapace di immaginare una relazione che non sia fondata sul possesso, comincia a sospettare che anche lei lo tradisca.
Ma il vero dramma di Gleb non è coniugale. Convocato insieme agli altri imprenditori dal sindaco, apprende che Mosca pretende nuovi uomini da mandare al fronte, senza sottrarre manodopera alle attività produttive. Ogni azienda dovrà dunque consegnare un certo numero di dipendenti sacrificabili. Quattordici, nel suo caso. Gleb trova una soluzione degna della sua natura: pubblica annunci per assumere camionisti, promettendo stipendi generosi. Non ha alcuna intenzione di pagarli. Quegli uomini serviranno soltanto a riempire una lista, a diventare carne da cannone al posto di chi conta davvero. Il meccanismo è di una semplicità mostruosa: la guerra come opportunità contabile, la vita umana ridotta a una voce di bilancio.
È qui che il titolo acquista il suo significato più sinistro. Il Minotauro non è soltanto la guerra, né il potere che pretende sacrifici: è anche Gleb, divoratore di vite, incapace di riconoscere nell’altro qualcosa di diverso da una risorsa sacrificabile. La sua violenza privata obbedisce alla stessa logica di quella pubblica. Quando arriva il momento di affrontare il tradimento della moglie, l’uomo mette in atto un piano che il regista racconta attraverso una lunga sequenza muta, una delle più impressionanti del film. Non servono parole: il male ha ormai trovato una procedura, e Gleb la conosce perfettamente.
Persino il rapporto con il figlio rivela la trasmissione ereditaria di questa cultura. Quando Seriozha gli confessa di essere vittima di bullismo, il padre gli insegna a prendere il persecutore per il bavero e minacciarlo. Una lezione brutale, ma almeno esplicita, diretta, faccia a faccia. La vera vigliaccheria, suggerisce Zvyagintsev, è quella degli adulti: la violenza esercitata attraverso intermediari, le responsabilità scaricate sugli altri, la capacità di far sparire le proprie colpe dietro una facciata rispettabile.
Dmitriy Mazurov e Iris Lebedeva offrono interpretazioni di grande intensità, ma è soprattutto lo sguardo del regista a imprimere al film la sua identità. Le immagini, fredde e rigorosamente composte, trasformano ville, strade periferiche e anonimi complessi residenziali in scenari di una colpa permanente.
Minotaur è un film sull’infedeltà, sulla vendetta e sulla dissoluzione di una famiglia, ma soprattutto sulla mostruosità di un potere che ha reso normale il sacrificio degli altri. La tragedia non nasce dall’irruzione del mostro nella vita quotidiana: nasce dal momento in cui il mostro diventa il padrone di casa. Candidato francese come miglior film internazionale agli Oscar 2027.