WILD HORSE NINE

Martin McDonagh firma l’ennesimo capolavoro, dopo Ebbing e gli Spiriti dell’Isola, ma questa volta abbandona le brume irlandesi per spingersi fino a Rapa Nui, l’Isola di Pasqua. Se Gli spiriti dell’isola aveva trasformato un lembo di terra sperduto nell’Atlantico in un palcoscenico dell’assurdo, Wild Horse Nine riprende quella stessa idea di spazio circoscritto per spostarla in un territorio carico di suggestioni arcaiche, un’ulteriore variazione sul tema dell’isola come luogo mentale, rifugio provvisorio dal mondo e insieme prigione dalla quale è impossibile sottrarsi.
La materia narrativa trova nei volti di John Malkovich e Sam Rockwell due interpreti ideali. Il primo, con il suo agente Carlisle, porta in scena un cinismo quasi metafisico, una disincantata familiarità con il male che sembra averlo reso impermeabile a qualsiasi giudizio morale. Rockwell gli offre un contrappunto di energia e imprevedibilità, confermando quella speciale alchimia tra scrittura e recitazione che attraversa tutta la filmografia di McDonagh. È una delle caratteristiche più riconoscibili del regista: saper costruire personaggi su misura per interpreti capaci di abitare la contraddizione, di rendere credibili figure insieme ridicole, crudeli e disperatamente umane. Era accaduto con Colin Farrell e Brendan Gleeson in In Bruges, poi con Christopher Walken, Woody Harrelson, Frances McDormand e Steve Buscemi. Attori dalla fisicità marcata, spesso più interessanti nelle loro imperfezioni che nella loro eventuale aura divistica.
La scrittura, del resto, è il vero dispositivo attraverso cui McDonagh governa il racconto. Non cerca la fluidità del dialogo naturalistico, ma procede per costruzioni rigorose, ritorni, deviazioni, improvvisi ribaltamenti. Le battute diventano ingranaggi, le situazioni si richiamano e si contraddicono, ogni elemento sembra predisposto per trovare una collocazione precisa in un disegno più ampio. È un teatro dell’assurdo che ha imparato a parlare il linguaggio del cinema, senza rinunciare alla propria natura artificiale. Anche l’isola, come già accadeva in Tre manifesti a Ebbing, Missouri, funziona da universo autosufficiente, un microcosmo nel quale le nevrosi individuali finiscono per riflettere le patologie collettive.
Ma sotto la superficie della commedia nera si agita una materia assai più inquietante. L’assassinio di Patrice Lumumba nel 1961, la morte di Kennedy a Dallas nel 1963, il golpe cileno: non sono semplici coordinate cronologiche, ma le manifestazioni di un progressivo deterioramento dell’idea stessa di democrazia. McDonagh osserva il potere quando si concede ogni licenza in nome di una presunta necessità superiore, quando il male viene giustificato come strumento per preservare un bene più grande. È il territorio morale nel quale si muove Carlisle, un uomo che sembra aver già accettato l’inferno come condizione ordinaria dell’esistenza. Il regista affida ai suoi protagonisti il compito di cercare una conciliazione improbabile tra responsabilità e innocenza, brutalità e redenzione, realtà e finzione. Il cinema può inventare un’altra via, costruire un altrove, perfino immaginare una salvezza. La Storia, però, non concede repliche.

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