
In Bruges – La coscienza dell’assassino (In Bruges) (2008)
Farrell e Gleeson sono sicari di Dublino spediti dal loro superiore Harry, interpretato da Ralph Fiennes, a nascondersi a Bruges in attesa di nuove istruzioni. Dovrebbero visitare la città, ammirarne le architetture medievali e godersi una vacanza forzata. Si ritrovano invece confinati in una pensione modesta, costretti a vagabondare tra canali e monumenti con l’irritazione di chi considera ogni bellezza una provocazione personale. Bruges diventa così una gag permanente, un fondale magnifico e insieme detestato, sul quale McDonagh costruisce un duetto comico di precisione quasi beckettiana.Ma dietro l’ozio forzato e le schermaglie verbali si nasconde qualcosa di più oscuro. La permanenza in Belgio è conseguenza di un incarico finito tragicamente male e di un senso di colpa che Ray porta con sé come una condanna. La commedia, senza preavviso, lascia spazio al dramma; la tensione accumulata esplode in episodi di violenza tanto improvvisi quanto credibili. McDonagh governa il passaggio con una naturalezza sorprendente, facendo convivere il grottesco, il noir e una malinconia autentica.Il suo talento teatrale, già premiato con l’Oscar per il cortometraggio Six Shooter, trova nel cinema una nuova dimensione. I dialoghi hanno la precisione di una lama, oscillando tra Beckett, Tarantino e un certo umorismo nero britannico, mentre i personaggi sembrano muoversi in un mondo dove il tragico e il ridicolo sono separati da una distanza impercettibile. Anche la scoperta finale che Bruges, dopo tutto, non è un posto così detestabile, purché si consideri il Belgio un gigantesco buco del culo, possiede quella miscela di volgarità e tenerezza che costituisce la cifra più riconoscibile del regista.In Bruges è una commedia criminale che si diverte a sabotare le aspettative del genere, ma trova la propria anima nel tormento di un uomo incapace di perdonarsi. Farrell ne è il centro magnetico, Gleeson il contrappunto perfetto, Fiennes una presenza destinata a lasciare il segno. Per McDonagh, invece, è molto più di un esordio riuscito: è la dimostrazione che il suo universo teatrale, popolato di figure grottesche e anime ferite, può diventare grande cinema senza perdere un grammo della propria ferocia.
7 psicopatici (Seven Psychopaths) (2012)
7 Psicopatici è un’incursione nel cinema americano condotta con l’irriverenza di chi ne conosce perfettamente le convenzioni e non ha alcuna intenzione di rispettarle. La scritta Hollywood sulle colline, che apre il film, e una bandiera a stelle e strisce semicarbonizzata nel prefinale delimitano simbolicamente il territorio di questa dissacrante operazione: un paesaggio cinematografico dopo il passaggio di un Attila irlandese.Il protagonista è Marty, sceneggiatore in crisi interpretato da Colin Farrell, alle prese con un noir che non riesce a prendere forma. Vorrebbe raccontare una storia di psicopatici, ma continua a immaginare improbabili derive pacifiste, con assassini buddisti che diventano amish e poi quaccheri. Intanto la realtà si incarica di fornirgli materiale in abbondanza: Billy, l’amico interpretato da un incontenibile Sam Rockwell, rapisce uno Shih Tzu appartenente a un boss criminale. Da questa sciocchezza apparentemente innocua prende avvio una catena di omicidi, vendette e situazioni grottesche, nella quale gli avvenimenti reali finiscono per confondersi con le fantasie dello sceneggiatore.McDonagh orchestra il cortocircuito con una scrittura che non concede tregua, facendo migrare personaggi e situazioni da un livello narrativo all’altro. Il risultato è un congegno metacinematografico che guarda al pulp di Tarantino e Guy Ritchie, ma conserva una propria identità: più malinconica, più corrosiva, meno innamorata delle proprie provocazioni. Sotto il grandguignolesco accumulo di battute e violenza affiorano infatti solitudine, amicizia, fallimento e paura della morte. È questa capacità di alternare ferocia e disincanto a impedire al film di ridursi a un semplice esercizio di stile.Il cast è una festa di personalità: Farrell, Rockwell, Woody Harrelson, Tom Waits, Abbie Cornish e Olga Kurylenko. Ma è soprattutto Christopher Walken, con una prova di straordinaria misura, a imprimere al racconto una profondità inattesa. La sua presenza richiama quella di Brendan Gleeson nei precedenti Six Shooter e In Bruges, opere nelle quali McDonagh aveva già messo a punto il suo impasto di umorismo nero, crudeltà e malinconia.7 Psicopatici non possiede la compattezza né la folgorante originalità di In Bruges, e qualche volta il ritmo si perde nell’eccesso di trovate. Ma resta una commedia pulp di notevole intelligenza, capace di ridicolizzare dall’interno le convenzioni di Hollywood e i suoi compromessi morali. Il dilemma su cosa sia più sconveniente uccidere durante una sparatoria, un animale o una donna, è una delle sue battute più velenose. Si ride, naturalmente. Ma è una risata che lascia scoperto il bersaglio: un’industria cinematografica talmente prigioniera dei propri codici da non accorgersi più del loro ridicolo.
Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri) (2017)
Mildred Hayes è una madre in cerca di giustizia per sua figlia, Angela, violentata e uccisa mesi prima. Frustrata dall’inerzia della polizia locale e dal fatto che l’assassino non sia stato catturato, Mildred decide di affittare tre grandi cartelloni pubblicitari su una strada poco trafficata di Ebbing, Missouri, e vi fa affiggere messaggi provocatori rivolti al capo della polizia, Bill Willoughby. Questo gesto scatena una serie di conflitti che coinvolgono non solo Mildred e la polizia, ma anche l’intera comunità…
Clamoroso pamphlet sulla complessità umana e sulla complessità morale degli individui, Tre manifesti a Ebbing, Missouri è un film potente e provocatorio che esplora con ironia e humour noir, temi complessi come la giustizia, la rabbia e il perdono. Tutto funziona a meraviglia, a cominciare dalla sceneggiatura, memorabile (le tre lettere che lo sceriffo scrive ad altri tre personaggi della storia sono dei piccoli capolavori), per arrivare alla performance fuori parametro di tutto il cast, in stato di grazia. McDonagh, noto per il suo talento nella scrittura di dialoghi taglienti e umoristici, riesce a bilanciare abilmente momenti di umorismo oscuro con un dramma profondo. Le battute pungenti e sarcastiche che attraversano il film offrono un sollievo “comico” che contrasta con il tema principale del dolore e della vendetta. Tuttavia, sotto l’ironia e il cinismo, c’è una riflessione seria sulla natura della rabbia e sulla sua capacità di corrompere o, in alcuni casi, di redimere. Pietra miliare.
Gli spiriti dell’isola (The Banshees of Inisherin) (2022)
Con Gli spiriti dell’isola, Martin McDonagh realizza probabilmente la sua opera più malinconica e contemplativa, un film che conserva l’umorismo nero e la precisione dei dialoghi tipici del suo cinema ma li immerge in una dimensione crepuscolare e profondamente esistenziale. Ambientato nella fittizia Inisherin durante la guerra civile irlandese del 1923, il racconto si sviluppa ai margini della Storia, in un luogo isolato che sembra sospeso fuori dal tempo, dove il fragore del conflitto arriva soltanto come un’eco distante. Al centro della vicenda vi è l’improvvisa e incomprensibile rottura dell’amicizia tra Pádraic e Colm, interpretati da Colin Farrell e Brendan Gleeson. Ciò che inizialmente appare come una situazione quasi assurda si trasforma progressivamente in una riflessione amara sul trascorrere del tempo, sul bisogno di lasciare una traccia di sé e sulla paura dell’insignificanza. Colm rifiuta la routine rassicurante che ha caratterizzato la sua esistenza e decide di dedicare il tempo che gli resta a qualcosa che possa sopravvivergli, mentre Pádraic continua a difendere il valore delle relazioni umane e delle piccole gioie quotidiane. La forza del film risiede proprio in questa contrapposizione. Da una parte vi è l’ambizione di essere ricordati, di costruire qualcosa che resista alla morte; dall’altra la convinzione che la gentilezza, l’amicizia e la semplicità possano avere un valore altrettanto importante. McDonagh non offre risposte definitive e lascia convivere entrambe le posizioni, trasformando il conflitto tra i due protagonisti in una riflessione universale sul senso stesso dell’esistenza. L’isola assume un ruolo fondamentale nella costruzione del racconto. Inisherin non è soltanto uno scenario, ma una presenza viva che modella il comportamento dei personaggi. I paesaggi spettacolari, la nebbia, il vento e il mare contribuiscono a creare un’atmosfera sospesa che richiama tanto il teatro dell’assurdo quanto la tradizione letteraria irlandese. Il film possiede infatti una forte componente beckettiana: i personaggi sembrano intrappolati in una condizione da cui non possono fuggire, costretti a confrontarsi con domande prive di una risposta soddisfacente. Dietro la vicenda privata emerge inoltre una sottile lettura politica. La guerra civile irlandese, che si svolge sullo sfondo senza mai entrare direttamente nella narrazione, funziona come un riflesso del conflitto tra i protagonisti. Le esplosioni provenienti dalla terraferma ricordano continuamente come divisioni apparentemente irrazionali possano trasformarsi in ferite profonde e durature. McDonagh suggerisce così un parallelismo tra la fine di un’amicizia e la frattura di una nazione, senza mai appesantire il racconto con spiegazioni esplicite. Fondamentale è anche il contributo del cast. Farrell offre una delle interpretazioni più sfumate della propria carriera, costruendo un personaggio ingenuo ma mai ridicolo, capace di trasformarsi gradualmente sotto il peso del dolore e dell’incomprensione. Gleeson, al contrario, dà vita a una figura apparentemente fredda e razionale dietro cui si nascondono fragilità e paure altrettanto profonde. Il loro confronto costituisce il cuore emotivo del film. Gli spiriti dell’isola è dunque una commedia nera, una tragedia dell’assurdo e una meditazione sul tempo che passa. McDonagh riesce a parlare contemporaneamente di amicizia, morte, memoria, arte e destino senza mai perdere il controllo della narrazione. Il risultato è un’opera elegante e struggente, capace di trasformare una storia apparentemente minima in una riflessione universale sulla condizione umana. Uno dei film più compiuti e memorabili del cinema recente.
Wild Horse Nine (2026)
Martin McDonagh firma l’ennesimo capolavoro, dopo Ebbing e gli Spiriti dell’Isola, ma questa volta abbandona le brume irlandesi per spingersi fino a Rapa Nui, l’Isola di Pasqua. Se Gli spiriti dell’isola aveva trasformato un lembo di terra sperduto nell’Atlantico in un palcoscenico dell’assurdo, Wild Horse Nine riprende quella stessa idea di spazio circoscritto per spostarla in un territorio carico di suggestioni arcaiche, un’ulteriore variazione sul tema dell’isola come luogo mentale, rifugio provvisorio dal mondo e insieme prigione dalla quale è impossibile sottrarsi.
La materia narrativa trova nei volti di John Malkovich e Sam Rockwell due interpreti ideali. Il primo, con il suo agente Carlisle, porta in scena un cinismo quasi metafisico, una disincantata familiarità con il male che sembra averlo reso impermeabile a qualsiasi giudizio morale. Rockwell gli offre un contrappunto di energia e imprevedibilità, confermando quella speciale alchimia tra scrittura e recitazione che attraversa tutta la filmografia di McDonagh. È una delle caratteristiche più riconoscibili del regista: saper costruire personaggi su misura per interpreti capaci di abitare la contraddizione, di rendere credibili figure insieme ridicole, crudeli e disperatamente umane. Era accaduto con Colin Farrell e Brendan Gleeson in In Bruges, poi con Christopher Walken, Woody Harrelson, Frances McDormand e Steve Buscemi. Attori dalla fisicità marcata, spesso più interessanti nelle loro imperfezioni che nella loro eventuale aura divistica.
La scrittura, del resto, è il vero dispositivo attraverso cui McDonagh governa il racconto. Non cerca la fluidità del dialogo naturalistico, ma procede per costruzioni rigorose, ritorni, deviazioni, improvvisi ribaltamenti. Le battute diventano ingranaggi, le situazioni si richiamano e si contraddicono, ogni elemento sembra predisposto per trovare una collocazione precisa in un disegno più ampio. È un teatro dell’assurdo che ha imparato a parlare il linguaggio del cinema, senza rinunciare alla propria natura artificiale. Anche l’isola, come già accadeva in Tre manifesti a Ebbing, Missouri, funziona da universo autosufficiente, un microcosmo nel quale le nevrosi individuali finiscono per riflettere le patologie collettive.
Ma sotto la superficie della commedia nera si agita una materia assai più inquietante. L’assassinio di Patrice Lumumba nel 1961, la morte di Kennedy a Dallas nel 1963, il golpe cileno: non sono semplici coordinate cronologiche, ma le manifestazioni di un progressivo deterioramento dell’idea stessa di democrazia. McDonagh osserva il potere quando si concede ogni licenza in nome di una presunta necessità superiore, quando il male viene giustificato come strumento per preservare un bene più grande. È il territorio morale nel quale si muove Carlisle, un uomo che sembra aver già accettato l’inferno come condizione ordinaria dell’esistenza. Il regista affida ai suoi protagonisti il compito di cercare una conciliazione improbabile tra responsabilità e innocenza, brutalità e redenzione, realtà e finzione. Il cinema può inventare un’altra via, costruire un altrove, perfino immaginare una salvezza. La Storia, però, non concede repliche.