ECCO L’IMPERO DEI SENSI

Torna in sala il classico “maledetto” di Oshima.
Ispirato alla vicenda realmente accaduta nel 1936 a Sada Abe, che uccise il proprio amante Kichizō Ishida, il film racconta la progressiva dissoluzione di ogni confine tra passione, possesso e autodistruzione. Sada, giovane donna assunta come domestica in una locanda, diventa l’amante del proprietario, Kichi-san. Quello che comincia come un rapporto clandestino si trasforma presto in una relazione totalizzante, nella quale i due si isolano dal mondo e fanno del piacere l’unica ragione di esistenza. La ricerca di un’intensità sempre maggiore li conduce verso pratiche estreme, fino all’esito tragico.
Per generazioni di adolescenti cresciuti negli anni Settanta e Ottanta, Ecco l’impero dei sensi è stato soprattutto un film proibito, un oggetto mitologico. Ōshima non si limita a mostrare ciò che il cinema normalmente nasconde: abolisce la distanza rassicurante tra spettatore e spettacolo, rendendo espliciti gli atti sessuali e sottraendoli al rituale borghese dell’allusione. Il corpo non è più un’immagine da contemplare attraverso il velo della censura, ma una presenza materiale, con i suoi desideri, le sue funzioni e persino le sue manifestazioni più imbarazzanti.
Il tema fondante è il proibito come strumento per interrogare l’ordine sociale. La pornografia, in questa prospettiva, non è una concessione commerciale né un’esca per il pubblico. È il terreno sul quale mettere alla prova l’idea stessa di oscenità. Il regista lo spiegò chiaramente: ciò che viene proibito allo sguardo acquista un potere scandaloso proprio perché non ci è consentito guardarlo. Mostrare tutto, senza reticenze, significa allora svuotare il tabù della sua autorità.
La nudità integrale, la sessualità esplicita, i dettagli fisiologici non sono dunque provocazioni isolate: sono una dichiarazione di guerra alla rispettabilità e alla morale imposta. La trasgressione di Sada e Kichi non consiste soltanto nell’abbandonarsi al desiderio, ma nel sottrarsi a un ordine collettivo che pretende di amministrare anche la vita privata. L’oscenità, suggerisce Ōshima, non sta nel mostrare un corpo o un atto sessuale, ma nell’ipocrisia di una società che reprime il piacere mentre legittima violenze ben più devastanti.
A distanza di decenni, il film resta un’esperienza scomoda, priva di protezioni e di facili assoluzioni.

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