L’UFFICIALE E LA SPIA

J’accuse di Roman Polanski affronta il celebre Affare Dreyfus come una riflessione cupa e lucidissima sul rapporto tra verità, potere e manipolazione. Presentato in concorso alla Venice Film Festival, il film si apre con la degradazione pubblica del capitano ebreo Alfred Dreyfus, accusato ingiustamente di spionaggio a favore della Germania e trasformato in capro espiatorio davanti a una folla esaltata e assetata di condanna. A guidare il racconto non è però Dreyfus stesso, interpretato da Louis Garrel, ma il maggiore Picquart, incarnato da Jean Dujardin, ufficiale incaricato dei servizi segreti che, indagando sul caso, scopre progressivamente omissioni, documenti falsificati e manipolazioni orchestrate dagli stessi vertici militari. Da qui il film si trasforma in un rigoroso thriller investigativo ambientato nelle stanze del potere, tra dossier, interrogatori e dialoghi tesi, dove la ricerca della verità diventa una lenta immersione nella corruzione istituzionale. Polanski evita completamente la struttura del classico racconto di riscatto individuale. J’accuse non celebra l’eroismo, ma mette in scena l’inesorabile violenza del sistema verso chi viene sacrificato per convenienza politica, paura sociale e antisemitismo. L’Affaire Dreyfus diventa così qualcosa di più di un episodio storico: il simbolo ricorrente di una società che, nei momenti di crisi, ha bisogno di costruire nemici e alimentare la folla attraverso il meccanismo del capro espiatorio. Lo stile è estremamente controllato ma mai statico. Polanski orchestra il film come un’indagine ossessiva fatta di dettagli, sguardi e ambienti soffocanti, lasciando emergere gradualmente le crepe del potere. Anche i momenti apparentemente secondari assumono valore simbolico, come la riflessione sulla differenza tra copia e falso davanti a una statua romana, metafora evidente della manipolazione della verità. Visivamente il film mantiene una straordinaria lucidità registica: dissolvenze lattiginose, stanze immerse nella polvere, corridoi burocratici e improvvise esplosioni di tensione fisica — memorabile il duello verso il finale — dimostrano come Polanski non abbia perso precisione né capacità di controllo della messa in scena. J’accuse diventa così non soltanto una ricostruzione storica, ma una riflessione profondamente pessimista sul funzionamento delle istituzioni e sull’instabilità stessa della verità. Nel mondo raccontato da Polanski, giustizia e verità possono anche emergere, ma sempre temporaneamente, come brevi eccezioni destinate prima o poi a essere nuovamente sommerse dal potere.

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