CERRAR LOS OJOS

1990, un celebre attore scompare durante le riprese di un film ed il caso viene archiviato come suicidio. Trent’anni dopo, il mistero riemerge grazie a un programma televisivo ed il regista di allora, grande amico dello scomparso, si mette ad indagare…
Fluviale (quasi 3 ore, ma non c’è un minuto che non sia essenziale) e strepitoso esempio di “cinema sul cinema” (i primi venti minuti ed il finale sono l’inizio e la fine del film mai realizzato) che racconta, camuffato da blando thriller (il mistero viene svelato quasi subito) l’importanza della Memoria, delle immagini, dei supporti analogici, a fronte di un’era digitale che consuma e dimentica in fretta, senza però scadere mai nel melodramma nostalgico. Girato con straordinaria delicatezza, Cerrar los ojos possiede la serenità dei grandi film testamentari senza mai assumere il tono del congedo definitivo. È un’opera che parla di assenze ma che finisce per celebrare la permanenza, di oblio ma soprattutto di memoria. Più che una riflessione sul cinema, è una riflessione sul bisogno umano di ricordare e di essere ricordati. Tra tante citazioni di grandi classici (Dreyer, Hawks ed il suo Un Dollaro d’Onore) e dialoghi memorabili (quello tra il regista ed un neurologo è il migliore dell’anno), rifulge poi il messaggio principale: imparare l’arte del Vivere, oramai sconosciuta ai più. Il risultato è uno dei film più intensi e commoventi degli ultimi anni, una meditazione sulla forza delle immagini e sul loro potere di resistere al tempo, capace di ricordare allo spettatore perché il cinema continui a essere, ancora oggi, una forma di miracolo.

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