
Con Il caftano blu (Le Bleu du Caftan), la regista marocchina Maryam Touzani realizza un melodramma di rara delicatezza che affronta temi potenzialmente esplosivi — omosessualità, malattia, tradizione religiosa e autodeterminazione individuale — attraverso una messa in scena rigorosa e trattenuta. Presentato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2022, il film prosegue il percorso già avviato da Touzani con Adam, confermando il suo interesse per le libertà individuali all’interno della società marocchina contemporanea. Touzani costruisce la prima parte del film all’insegna della compressione e del non detto. La macchina da presa rimane quasi sempre confinata negli spazi ristretti della sartoria, seguendo i personaggi attraverso inquadrature ravvicinate che restituiscono una costante sensazione di soffocamento. Lo spazio fisico diventa così il riflesso di uno spazio sociale e culturale limitato, all’interno del quale i protagonisti cercano di sopravvivere senza infrangere apertamente le regole imposte dalla comunità. Uno degli aspetti più interessanti del film è proprio la rappresentazione dell’oppressione. Touzani evita di costruire un racconto fondato sulla persecuzione esplicita o sulla violenza istituzionale. Le manifestazioni dirette del controllo sociale sono pochissime; il peso della norma è ormai interiorizzato dai personaggi stessi. Halim vive la propria omosessualità come una realtà da nascondere e gestire nel silenzio, mentre Mina ha imparato a convivere con questa verità, accettandola senza trasformarla in conflitto. La repressione non arriva tanto dall’esterno quanto dalla coscienza stessa dei protagonisti. Particolarmente efficace risulta la rappresentazione del desiderio nei momenti ambientati nell’hammam. Attraverso dettagli minimi e immagini parziali — piedi visibili sotto le porte, corpi nascosti dietro pannelli di legno — la regista suggerisce molto più di quanto mostri, trasformando l’assenza in una potente forma espressiva. Il sesso appare confinato negli spazi dell’ombra e della clandestinità, mentre il sentimento emerge progressivamente come una forza più ampia e profonda. Parallelamente, il film sviluppa una riflessione sul rapporto tra tradizione e modernità. Halim è profondamente legato alla lavorazione artigianale dei caftani e rifiuta l’introduzione di tecniche produttive più rapide e moderne. Questa scelta ha una valenza che supera l’ambito economico: il lavoro manuale diventa metafora dell’unicità individuale. Ogni caftano è diverso dall’altro, così come ogni essere umano possiede una propria irriducibile specificità. Difendere l’artigianato significa allora difendere il diritto alla differenza in una società che tende all’uniformazione. L’ultima immagine riassume perfettamente l’ambiguità e la profondità dell’opera. Quello che vediamo è una coppia o semplicemente due amici? Touzani rifiuta qualsiasi definizione univoca. In una società che pretende categorie nette e identità rigidamente codificate, il film rivendica invece la complessità dell’esperienza umana e il diritto degli individui a esistere al di là delle etichette. Il caftano blu diventa così un racconto sull’unicità, sulla dignità e sulla possibilità di costruire uno spazio personale di libertà anche all’interno di sistemi culturali profondamente normativi.
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