
Film dalla Mongolia: pochi ma buoni, anzi ottimi.
Dopo il meraviglioso L’ultima luna di settembre, che si focalizzava sulla vita nelle steppe ed il rapporto tra un adulto e un ragazzo, stavolta si racconta una storia di emancipazione cercata e ottenuta a fronte di innumerevoli problemi. Un paio di sequenze da antologia (quella coi servizi sociali in primis) e una pragmatica e deprimente descrizione del presente (nella tradizionale yurta si muore di freddo e la capitale, simbolo della urbanizzazione selvaggia, è anonima e inquinata), permettono al film di trasformarsi in un pamphlet politico/sociale di grande efficacia. Grandiosi gli interpreti, ottima la regia della brava Zoljargal Purevdash, altra autrice “lontana” da tenere d’occhio. Candidato dalla Mongolia come miglior film internazionale agli Oscar 2025.