UPON ENTRY

Diego è venezuelano, Elena catalana. Dopo aver convissuto a Barcellona decidono di trasferirsi negli Stati Uniti con il sogno di una nuova vita. Ma all’area immigrazione dell’aeroporto di New York qualcosa non va per il verso giusto…
Brillante dramma di impianto teatrale (quasi tutto il film si svolge in una stanza chiusa, scelta che esalta le clamorose performance della coppia di protagonisti) compatto e impietoso nel raccontare l’America odierna, lontanissima dal “sogno”, ma anzi paranoica e razzista, un luogo in cui l’abuso di potere da parte delle forze dell’ordine è pratica di ordinaria amministrazione. La vera forza di Upon Entry sta proprio qui: nessuno viene assolto o condannato in maniera definitiva. Lo spettatore è costretto a interrogarsi continuamente sulla verità, sulla fiducia e sulla legittimità del sospetto. Più che un film sull’immigrazione, diventa così un film sulla fragilità dell’identità e su quanto poco basti perché una vita costruita con cura inizi a sgretolarsi. Con una struttura quasi teatrale e una tensione degna dei migliori thriller psicologici, Upon Entry riesce a trasformare una stanza anonima di un aeroporto in uno spazio di paura, vulnerabilità e rivelazione. È la dimostrazione che il cinema può essere avvincente anche quando tutto ciò che accade sono delle persone che fanno domande e altre persone che cercano di rispondere. Script impeccabile, abilissimo nel trasformare il film da politico a personale (l’interrogatorio cui è sottoposta la coppia fa “scoprire gli altarini” del caso) e durata al bacio (80 minuti, vi voglio bene).

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