
Luc Besson apre gli anni 90 con un’opera supera i confini del semplice action thriller. Besson utilizza sparatorie, operazioni clandestine e assassinii come struttura esterna, ma il vero racconto riguarda una persona che lentamente torna alla vita.
Il paradosso è crudele. Nikita viene salvata dalla condanna a morte proprio dall’organizzazione che le impedisce di essere veramente libera. Lo Stato le offre un’esistenza nuova, le insegna a vivere nella società e le concede persino la possibilità di innamorarsi, ma contemporaneamente conserva il diritto di reclamarla ogni volta che serve una killer.
Più Nikita scopre quanto possa essere preziosa una vita normale, più diventa dolorosa la consapevolezza di non possederla davvero.
È questa contraddizione a dare al film la sua componente più romantica e malinconica. L’amore non rappresenta soltanto una relazione sentimentale: diventa la prova concreta dell’esistenza che Nikita avrebbe potuto avere. L’uomo che ama non conosce il suo passato e ignora la natura delle sue improvvise assenze, mentre lei deve continuamente proteggere quella relazione dalla verità. La protagonista viene apparentemente civilizzata, educata e riportata nel mondo, ma il prezzo della sua rinascita è diventare uno strumento di violenza molto più efficiente di quanto fosse in precedenza. Proprio quando impara finalmente cosa significhi vivere, amare e fidarsi di qualcuno, Nikita comprende che la seconda possibilità che le è stata concessa non le appartiene completamente e che, prima o poi, qualcuno verrà a riscuoterne il prezzo. Terzetto di protagonisti (Anne Parillaud, immensa, Jean-Hugues Anglade e il compiantissimo Tchéky Karyo) sublime, Jeanne Moreau ciliegina sulla torta. Uno dei migliori film di quel decennio.