ROSE

Nella Germania del XVII secolo, dopo aver combattuto nella Guerra dei Trent’anni, Rose (Sandra Hüller) continua a vivere come uomo. La sua spiegazione è estremamente concreta: indossare i pantaloni significa poter godere di libertà negate alle donne. Arrivata in un austero villaggio protestante, sostiene di essere l’erede di una fattoria e conquista gradualmente la comunità grazie al lavoro e alla devozione religiosa. La sua integrazione culmina nel matrimonio con Suzanna (Caro Braun), figlia di un proprietario vicino, all’interno di un accordo per ottenere della terra. La donna diventa così letteralmente merce di scambio: proprio uno dei meccanismi sociali dai quali Rose ha cercato di sottrarsi assumendo un’identità maschile. L’arrivo inatteso di un bambino rende però sempre più precario questo equilibrio…
Schleinzer evita interpretazioni semplicistiche. Rose presenta la propria identità pubblica soprattutto come una strategia per muoversi liberamente in una società rigidamente patriarcale. Anche il matrimonio nasce dal pragmatismo, benché tra Rose e Suzanna finisca per svilupparsi una fragile e inattesa intimità.
L’influenza più evidente è Il nastro bianco di Michael Haneke, di cui Schleinzer fu casting director: stessa atmosfera glaciale e soprattutto la volontà di lasciare alcune domande fondamentali senza risposta. Il film trae forza soprattutto dall’interpretazione di Hüller, continuamente sospesa fra controllo, vulnerabilità e imprevedibilità. La fotografia di Gerald Kerkletz, il montaggio asciutto di Hansjörg Weißbrich e le inquietanti parti vocali a cappella di Tara Nome Doyle trasformano la vicenda in un dramma storico severo e compatto, racchiuso in appena 93 minuti.
Più che offrire risposte definitive sull’identità della protagonista, Rose mostra quanto essa sia condizionata dalle strutture di potere che stabiliscono cosa uomini e donne possano possedere, desiderare e diventare. Sandra Hüller è il centro umano di questa riflessione, ma la precisione formale di Schleinzer impedisce al film di ridursi a semplice vetrina per la sua interprete.
L’Austria lo manda agli Oscar 2027.

Lascia un commento