
Michelle Zhou esordisce nel lungometraggio raccontando con toni pacati e malinconici il difficile coming out di una giovane donna lesbica in una famiglia cinese tradizionale. Ambientato durante la pandemia, il film segue Lei Xiao, che vive a Pechino con la compagna Bei ma non riesce a rivelare ai genitori la propria relazione. Con l’arrivo del Capodanno cinese e le inevitabili pressioni familiari sul matrimonio, Bei escogita un piano: porta con sé il tatuatore Yao Chen, convincendolo a fingersi il suo fidanzato. La messinscena sembra inizialmente innocua e produce anche momenti di commedia, ma finisce per complicare ulteriormente la situazione, soprattutto quando Lei deve confrontarsi con la madre e con le conseguenze della bugia. Zhou evita il tradizionale dramma sul coming out e preferisce osservare la quotidianità, lasciando emergere gradualmente il peso delle aspettative familiari, del matrimonio e della sicurezza economica. Dietro le conversazioni apparentemente banali si nasconde infatti la precarietà prodotta dalla pandemia e la difficoltà di conciliare identità personale e ruolo sociale. Il cuore del film è il rapporto tra Lei e suo padre, soprattutto in una scena ambientata in un ristorante quasi vuoto, dove il silenzio dice più delle parole. Particolarmente significativo è il fatto che l’attore non professionista che interpreta il padre sia realmente il padre della produttrice del film e compagna della regista. Le interpretazioni di Cuishan Liang e Jianing Sun danno alla coppia una dimensione intima e credibile, mentre Harbin, con il suo clima gelido e gli spazi innevati, diventa quasi una rappresentazione dello stato emotivo dei personaggi. Big Little Things evita sia il lieto fine consolatorio sia la tragedia: la scelta di Lei di sottrarsi al controllo dei genitori diventa un addio amaro ma necessario, almeno per il momento.