
Al venticinquesimo film, Robert Guédiguian torna ancora una volta nella sua Marsiglia, territorio geografico e umano attraverso il quale da decenni osserva le disuguaglianze sociali, il lavoro, l’emarginazione e le forme di solidarietà che possono nascere quando individui e comunità si trovano di fronte a ostacoli apparentemente insormontabili. Stavolta però, c’è qualche inquietudine in più e una presa di coscienza che, insomma, la vita non è un film.
Il perno della storia è Juliette, una radiosa e sensibile Marilou Aussilloux, workaholic che perde lavoro e certezze dopo un tentativo di violenza da parte di un collega e, per caso, entra a contatto con un mondo a lei totalmente sconosciuto.
Guédiguian osserva con lucidità i meccanismi attraverso i quali le procedure giudiziarie e lavorative possono finire per infliggere una seconda ferita alla vittima. Il sistema pretende comportamenti lineari proprio da chi ha attraversato un trauma che lineare non può essere. Il regista evita tuttavia di ridurre il personaggio alla violenza subita. Quella di Juliette è una lenta ricostruzione dell’identità, alla quale si affianca il percorso della madre Cathy, costretta a sua volta a confrontarsi con una rivelazione sulle proprie origini e con le tracce lasciate dalla violenza coloniale nella storia della famiglia. Guédiguian somma temi e personaggi (forse un po’ troppi), ma stavolta, facendo un salutare bagno nel realismo, proprio come accade nel bel lituano How to Divorce During the War candidato all’Oscar, mostra che l’accoglienza e l’empatia funzionano, ma non sempre, non per tutti e non sono a volte la scelta migliore. Soliti bravissimi noti nel cast e Marsiglia sempre migliore attrice non protagonista.