GROUND FLOOR

Altro film, altro centro per Gábor Reisz, dopo lo splendido Una spiegazione per tutto. Presentato in Spotlight, il film parte dalla più insignificante delle seccature domestiche per costruire una parabola kafkiana sul potere, la burocrazia e la progressiva ribellione dell’individuo. Un meccanismo che cresce dalla commedia impassibile dei primi minuti fino a una frenesia slapstick quasi apocalittica, forse protratta oltre il necessario ma sostenuta da un’energia contagiosa.
Kristóf (Ádám Tompa) è un impiegato che ha ormai abbandonato le proprie aspirazioni artistiche. Sta preparando in fretta le valigie per partire in vacanza con la moglie Vera (Bettina Jósza) quando, spostando un mobile del loro appartamento al pianterreno, scopre una macchia di muffa nera. Risolvere il problema, tuttavia, significa entrare nel labirinto amministrativo del condominio e na semplice richiesta di manutenzione assume i contorni di un’odissea burocratica…
Reisz trasforma così il condominio in un universo governato da una propria anti-logica. L’ombra di Kafka è evidente: è come se Il processo fosse stato ridimensionato alle proporzioni apparentemente ridicole di una riparazione domestica. Proprio da questa sproporzione nasce buona parte della comicità. Più Kristóf tenta di risolvere razionalmente il problema, più viene risucchiato dentro una struttura nella quale le regole esistono soprattutto per garantire il potere di chi le amministra. Fondamentale è allora proprio il palazzo, vero coprotagonista di Ground Floor. La scenografia di Zsófia Tasnádi ne esplora meticolosamente corridoi, stanze, anfratti e fondamenta, trasformando un edificio realistico in uno spazio progressivamente labirintico. La fotografia di Kristóf Becsey contribuisce a renderne instabili le dimensioni, mentre improvvise panoramiche a schiaffo e variazioni nella percezione degli ambienti accompagnano la crescente paranoia di Kristóf.
Dietro la farsa emerge con chiarezza l’allegoria politica. Il microcosmo condominiale diventa una rappresentazione in scala ridotta dell’Ungheria, mentre l’amministratore Balázs incarna un modello di potere populista fondato sull’obbedienza, sul controllo delle risorse e sulla trasformazione delle istituzioni in proprietà personale. Il riferimento alla recente stagione politica di Viktor Orbán è trasparente, ma Reisz costruisce un personaggio sufficientemente universale da evocare anche altri leader e dirigenti che utilizzano il proprio ruolo per consolidare privilegi e fedeltà.

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