BALCANICA

Balcanica, esordio nel lungometraggio di Nicola Sorcinelli, segue il viaggio disperato di due musicisti afghani, padre e figlio, costretti a lasciare il proprio Paese dopo la proibizione della musica imposta dal regime talebano. Bloccati lungo la rotta balcanica, vengono soccorsi da Greta (Matilda De Angelis, sempre brava), giovane medico volontario italiano che cerca di assisterli nonostante mezzi limitati, vincoli burocratici e una crescente sensazione d’impotenza.
Presentato in concorso alle Giornate degli Autori di Venezia 83, il film adotta un linguaggio vicino al neo-neorealismo dei Dardenne: macchina a mano, primi piani, pedinamenti e paesaggi desolati nei quali le figure umane appaiono piccole e isolate. Sorcinelli evita però di esasperare il registro emotivo, preferendo osservare e testimoniare piuttosto che spiegare o manipolare lo spettatore.
Il cuore del film è proprio la condizione di limbo dei migranti, impossibilitati tanto a proseguire quanto a tornare indietro. Il piede semi-congelato del padre diventa anche l’immagine concreta di questo immobilismo: il figlio continua a immaginare l’Italia come una possibile salvezza, mentre il vecchio comprende quanto fragile sia ormai quella speranza.
Parallelamente emerge la solitudine di Greta. Ha scelto volontariamente di essere lì e interpreta la professione medica come un dovere concreto verso chiunque abbia bisogno di aiuto, ma scopre che curare le ferite non significa poter risolvere la situazione di chi ha davanti. La sua frustrazione cresce fino a costringerla a una scelta personale rischiosa.
Balcanica non reinventa il cinema sulle migrazioni e utilizza diversi codici ormai familiari al genere, ma trova la propria forza nella sobrietà dello sguardo, evitando (quasi) sempre di cadere nel melodramma.

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