WOMAN UNKNOWN

Il vincitore del Leone d’Oro veneziano (un po’ generoso, vista la qualità eccelsa di altri film in concorso) è un raffinato dramma psicologico con venature thriller diretto da May el-Toukhy, ambientato nella Copenaghen immediatamente successiva alla Seconda guerra mondiale.
Un racconto di vergogna, rimozione e paranoia politica che costruisce progressivamente la tensione intorno ai segreti che i suoi personaggi cercano disperatamente di seppellire.
Marie (Mathilde Arcel) lavora come bambinaia nella casa del ricco industriale vedovo Christian (Carsten Bjørnlund), con il quale sta per sposarsi. La giovane sembra sul punto di compiere un definitivo salto sociale, ma il passato torna a minacciarla proprio mentre deve indossare, per il matrimonio, l’abito appartenuto alla prima moglie di Christian. Il viaggio per portarlo dalla sarta provoca infatti un incontro capace di incrinare la nuova vita che si è costruita.
Intorno alla vicenda privata si muove una Danimarca impegnata a fare i conti con l’occupazione nazista. Le donne accusate di aver frequentato soldati tedeschi vengono pubblicamente umiliate, rasate e marchiate con svastiche, mentre responsabilità maschili assai più profonde rischiano di rimanere nell’ombra (la Resistenza non ne esce proprio benissimo, tra violenza gratuita, assassinii pepretrati a seguito di mere dicerie e un clima di intimidazione permanente non molto diverso da quello creato dai nazisti).
Con l’avvicinarsi delle nozze, il film stringe progressivamente la morsa intorno a Marie. Per impedire che ciò che ha nascosto venga alla luce, la ragazza scopre dentro di sé capacità di manipolazione e una durezza che sembravano estranee al suo carattere. Mathilde Arcel (migliore attrice, questo ampiamente meritato) rende credibile questa trasformazione, evitando di ridurre Marie tanto a vittima quanto a semplice opportunista.
El-Toukhy costruisce così un efficace racconto sul ritorno del rimosso, nel quale colpa privata e ipocrisia collettiva finiscono per riflettersi l’una nell’altra.

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