
Torna in sala L’infernale Quinlan, uno dei noir più vertiginosi della storia del cinema. Più che per l’intricata trama criminale, resta memorabile per la potenza della sua messa in scena. L’apertura è diventata leggendaria: un piano sequenza di oltre tre minuti segue un’automobile nella quale è stata nascosta una bomba mentre attraversa Los Robles, sordida città di confine tra Stati Uniti e Messico. Qui si trovano i neosposi Mike Vargas (Charlton Heston), funzionario antidroga messicano, e Susan (Janet Leigh). L’esplosione dell’auto trascina Vargas nell’indagine guidata dallo sceriffo Hank Quinlan, interpretato dallo stesso Welles.
Quinlan è un poliziotto enorme, sudato e minaccioso, convinto dell’infallibilità del proprio istinto e disposto a fabbricare prove pur di ottenere una condanna. Vargas scopre i suoi metodi e lo affronta, scatenandone la reazione. Parallelamente Susan viene coinvolta nelle intimidazioni della criminalità locale, mentre il fedele vice Menzies (Joseph Calleia) comincia lentamente a comprendere la vera natura dell’uomo che ha sempre venerato.
Welles e il direttore della fotografia Russell Metty trasformano questa storia di corruzione in uno spettacolo visivo fatto di grandangoli, prospettive deformate, lunghi movimenti di macchina e personaggi continuamente imprigionati nella stessa inquadratura. Anche la struttura narrativa procede per incroci e spirali più che in linea retta. Memorabile anche la galleria di figure secondarie, dalla tenutaria interpretata da Marlene Dietrich al criminale di Akim Tamiroff, fino all’inquietante gestore di motel di Dennis Weaver.
Dietro il noir emerge soprattutto il tragico ritratto di Quinlan: un uomo consumato dal passato, convinto che il proprio giudizio sia superiore alla legge e destinato a essere distrutto dalla stessa arroganza con cui pretende di controllare gli eventi. È difficile non intravedere un riflesso dello stesso Welles, autore ossessionato dal controllo delle proprie opere e continuamente privato del “final cut” dagli studios. L’infernale Quinlan (o Touch of Evil, titolo originale) diventa così anche una sorta di autoritratto: quello di un gigante eccessivo, geniale e autodistruttivo, a cui Hollywood stava per chiudere definitivamente le porte.