
Disappearance (Nāpadīd shodan) (2017)
Al suo esordio nel lungometraggio, Ali Asgari racconta una vicenda apparentemente semplice trasformandola in un soffocante percorso attraverso le restrizioni della società iraniana. Una giovane donna ha bisogno di cure dopo il primo rapporto sessuale con il fidanzato, ma ciò che dovrebbe essere un normale intervento medico diventa un problema quasi insolubile perché i due non sono sposati. Durante la notte la coppia passa da un ospedale all’altro, scontrandosi con personale che pretende un certificato di matrimonio e minaccia altrimenti di coinvolgere le autorità. Il corpo della protagonista diventa così il terreno sul quale si esercita il controllo sociale e religioso: la necessità di nascondere la propria vita sessuale finisce per impedirle persino di ricevere liberamente assistenza sanitaria. Asgari costruisce il film attraverso silenzi, attese e spostamenti, facendo crescere lentamente la tensione senza ricorrere a grandi svolte narrative. Anche il rapporto tra i due ragazzi appare trattenuto, quasi privo di manifestazioni d’affetto, riflesso di una realtà nella quale persino l’intimità deve essere continuamente nascosta. Soltanto grazie alla rete di amici riusciranno infine a trovare un medico disposto a intervenire clandestinamente e dietro un consistente pagamento.
Un debutto essenziale e doloroso, nel quale Asgari trova nella normalità di una singola notte il modo di raccontare una società dove la libertà individuale, soprattutto quella femminile, può scontrarsi in ogni momento con le imposizioni dello Stato.
La bambina segreta (Tā fardā) (2022)
Teheran, oggi. Una ragazza madre, con una bimba di due mesi avuta dal suo ex fidanzato, scopre che i genitori, cui ha taciuto la gravidanza, sono in arrivo. Dove nascondere la bambina?
Arriva in gran ritardo nelle nostre sale il secondo film di Ali Asgari, (venne presentato nella sezione Panorama della Berlinale 2022) ma per certi versi è quasi più ficcante ed efficace dello splendido Kafka a Teheran, uscito l’anno scorso. Sorprende il racconto di un Iran che, all’apparenza, sembra identico ad un qualsiasi paese occidentale evoluto (gli interni delle case sono indistinguibili) ma che, all’atto pratico è, specie per una donna, un luogo infernale, fatto di burocrazia, vessazioni e sospetto. Le lunghe peregrinazioni della ragazza, aiutata solo da un’amica, sono una discesa a tappe vero un inferno di indifferenza, ricatti più o meno espliciti e scaricabarile. Anche stavolta però, Asgari chiude con una nota coraggiosa (e positiva, per noi misantropi): là dove Kafka a Teheran terminava con un terremoto “estintivo”, qui l’ultima inquadratura è sul volto (giustamente incazzato nero) della protagonista, che, “scoperta”, rivendica fieramente la sua genitorialità.
Kafka a Teheran (Āyehā-ye zamīnī) (2023) (co-regia di Alireza Khatami)
Con Kafka a Teheran (Āyehā-ye zamini), i registi iraniani Ali Asgari e Alireza Khatami realizzano un’opera apertamente politica che utilizza il paradosso, il grottesco e l’assurdo per denunciare le contraddizioni della società iraniana contemporanea. Nonostante il titolo italiano evochi immediatamente l’universo di Franz Kafka, il riferimento culturale più profondo è in realtà quello alla poetessa iraniana Forough Farrokhzad, figura centrale nella cultura persiana moderna e simbolo di libertà intellettuale e critica sociale.
Le vicende raccontate spaziano da colloqui di lavoro intrisi di molestie e umiliazioni a controlli sul velo, interrogatori scolastici, sequestri di animali domestici e verifiche sulla conoscenza del Corano. Ogni episodio mostra individui costretti a giustificare continuamente la propria esistenza di fronte a un’autorità che appare arbitraria, distante e spesso incomprensibile. Il tono oscilla costantemente tra il tragico e il surreale, mettendo in luce come l’assurdità non sia il prodotto della fantasia, ma una conseguenza diretta della realtà vissuta quotidianamente da molti cittadini iraniani.
Dal punto di vista formale, il film adotta una struttura estremamente rigorosa. Ogni episodio è realizzato attraverso un lungo piano sequenza con macchina da presa fissa. Lo spettatore vede esclusivamente il volto di chi subisce l’interrogatorio o l’accusa, mentre le figure che rappresentano l’autorità rimangono sempre fuori campo. Questa scelta enfatizza il senso di oppressione e concentra l’attenzione sulle reazioni emotive delle vittime, trasformando ogni dialogo in una sorta di monologo forzato.
Kafka a Teheran colpisce per la sua capacità di trasformare episodi apparentemente minimi in una riflessione più ampia sul rapporto tra individuo e potere. I dodici segmenti compongono un mosaico che restituisce l’immagine di una società bloccata da norme, controlli e rituali burocratici che finiscono per soffocare ogni spontaneità e libertà personale.
Più che un racconto unitario, il film assume così la forma di un pamphlet cinematografico, animato da un’urgenza politica evidente e da un forte desiderio di testimonianza. Pur sacrificando talvolta alcune sfumature in favore della denuncia, Asgari e Khatami realizzano un’opera coraggiosa e necessaria, capace di raccontare con ironia amara e lucidità critica le tensioni che attraversano l’Iran contemporaneo.Finale clamoroso, specie se si è misantropi.
Divine Comedy (Komedi-e elāhi) (2025)
Un regista quarantenne, stanco di vedersi rifiutare dalle autorità iraniane il permesso di proiettare il proprio film, decide di trovare “strade alternative” per farlo vedere al pubblico.
Sapiente e spassosa satira dell’Iran attuale, compresso tra pulsioni modernissime e tradizioni arcaiche, che richiama le opere di Allen e Moretti. Le obiezioni mosse al regista oscillano tra il ridicolo e l’ideologico: dalla presenza di un cane, considerato impuro dai settori più conservatori, all’uso della lingua azera, percepita come minaccia identitaria più che come semplice scelta artistica. Persino il censore, pur manifestando cultura e apertura, diventa figura paradossale, citando L’ultima tentazione di Cristo di Scorsese – bandito tanto in Occidente quanto in Iran – come modello di libertà linguistica. Il titolo stesso, che gioca sulla duplice eco di Dante e sulla nozione di “commedia divina”, rievoca tensioni culturali e religiose, mentre l’opera dissemina riferimenti letterari e cinefili: dal poeta fiorentino evocato in provini e nomi di locali, fino alle icone del cinema mondiale, da Godard a Matrix. L’andirivieni tra riflessione e parodia si concretizza anche nella scelta di mostrare gli animali come spettatori privilegiati, in un film che sottolinea le ipocrisie di una censura ossessiva quanto anacronistica. Accanto a questo filone metacinematografico emerge anche una riflessione sulla modernità iraniana: le immagini di Bahram e della produttrice Sadaf in scooter – rosa, guidato da una donna con ciocche blu visibili sotto il velo – incarnano una rottura radicale con la tradizione. Un altro splendido film di Asgari, dopo gli ottimi Kafka a Teheran e La bambina segreta.
Un po’ di luce (Kamī-e nūr) (2026)
Ennesima gemma di Ali Asgari, che costruisce un dramma intimo e sorprendentemente vitale attorno a un uomo che ha deciso di morire.
Arash (Missagh Zareh) è un medico di mezza età al quale le autorità hanno chiuso lo studio e revocato la licenza per ragioni politiche che emergono gradualmente. Convinto di non poter più continuare, comincia a sistemare ogni cosa prima del suicidio: svuota la casa, distribuisce persino le proprie piante e comunica la decisione ai tre fratelli. Ognuno reagisce diversamente: Maziar tenta disperatamente di riportarlo ai piaceri più elementari della vita, Mahsa si affida alla spiritualità e Massi cerca di opporsi con maggiore concretezza.
Ma proprio mentre Arash cerca di congedarsi dal mondo, il mondo continua a reclamare la sua presenza. Alcuni pazienti continuano a rivolgersi a lui nonostante la sospensione e ogni incontro, anche il più banale o irritante, finisce per ricordargli ciò che ancora lo lega alla vita. Intorno alla famiglia affiora intanto il ritratto di una società iraniana stretta fra il regime teocratico e le minacce provenienti dagli Stati Uniti.
Asgari evita tanto il melodramma quanto la commedia nera, pur disseminando il racconto di un umorismo cupo e paradossale.
Fondamentale è Missagh Zareh, già visto in Il seme del fico sacro, che interpreta il medico con una stanchezza trattenuta, senza trasformarlo in una figura patetica. In appena 87 minuti, A Bit of Light riesce così a parlare di depressione, famiglia, repressione politica e guerra senza perdere la dimensione quotidiana dei suoi personaggi. Resistere!