TRAINSPOTTING

Vidi Transpotting il giorno della sua uscita perché avevo letto il libro da cui era tratto e le prime due cose che feci dopo la visione furono correre a comprare il cd della colonna sonora (che ancora oggi reputo la migliore in assoluto nel genere “compilation di canzoni in un film”) e tornare a vederlo allo spettacolo successivo.
Trent’anni fa spaventava l’idea di diventare come i propri genitori; oggi, per molti, persino quella possibilità sembra un privilegio perduto. Se negli anni Novanta i giovani potevano ancora ribellarsi a un modello sociale che rifiutavano, oggi quello stesso modello sembra diventato irraggiungibile, tra precarietà economica, disuguaglianze crescenti e nuove dipendenze digitali. Trainspotting continua a essere un’esperienza cinematografica travolgente, capace di mescolare umorismo nero, disperazione e violenza emotiva con un’intensità raramente eguagliata. Il film di Danny Boyle non ha perso nulla della sua energia provocatoria, soprattutto nella rappresentazione della tossicodipendenza, raccontata senza compiacimenti moralistici né facili consolazioni, alternando umorismo grottesco, immagini surreali e momenti di brutalità insostenibile. Il regista non nasconde il piacere che alimenta la dipendenza, ma ne mostra contemporaneamente le conseguenze devastanti.
Trainspotting continua oggi a raccontare la giovinezza, ma trent’anni dopo parla soprattutto del tempo che passa. Il cinema può restituire a Renton la stessa corsa, gli stessi venticinque anni e persino immagini più nitide ma non può convincere gli spettatori di allora che tutta la vita sia ancora davanti a loro.

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